Damiano: Renzi non può essere keynesiano in Ue e ‘alfaniano’ in Italia

“A Renzi riconosco di far bene in politica estera: ma non può essere keynesiano in Europa e ‘alfaniano’ in Italia’. Così l’ex ministro del Lavoro in un’intervista al Velino. “Giustamente a Bruxelles ha fatto una battaglia sulla flessibilità nei conti, per gli investimenti e lo sviluppo contro il rigore, per l’accoglienza e contro il filo spinato. Vorrei che lo stesso indirizzo lo applicasse anche in Italia: il governo non può mettere 11 miliardi sugli incentivi al contratto a tutela crescenti e non mettere un serio limite all’uso dei voucher. Non può seriamente combattere il caporalato con la legge giusta del ministro Martina e poi proporre l’abolizione del tetto dei duemila euro dei voucher in agricoltura, è contraddittorio. Non può predicare la lotta al lavoro nero e poi alzare il tetto degli appalti al massimo ribasso a un milione di euro: è un favore a chi fa del lavoro nero il regolatore della competitività. Per questo il mio giudizio critico e argomentato che chiede al governo maggiore coerenza in modo che la mano sinistra sappia quel che fa la mano destra”.

“Per non avere lavori poveri che diventeranno pensionati poveri dobbiamo dare ai giovani un lavoro relativamente più stabile e di qualità che va incentivato – prosegue l’ex ministro del Lavoro Damiano -. Il contratto a tutele crescenti, ad esempio, va incentivato in maniera strutturale e non in modo congiunturale. Vanno eliminate le forme di precariato, come i voucher che sono l’esatto contrario della qualità del lavoro e rappresentano il lavoro precario all’ennesima potenza. Poi si deve impedire che ci siano nuovi poveri: bisogna intervenire sulle categorie più deboli per assicurare loro la flessibilità del sistema pensionistico mandandoli in pensione prima e impedendo che divengano nuovi disoccupati poveri: e cioè gli occupati di lungo periodo rimasti senza lavoro a 62 anni che vanno mandati in pensione senza che paghino tasse, i lavoratori precoci, gli addetti ai lavori usuranti o gli invalidi” spiega Damiano.

“Quando ero ministro ho bloccato l’indicizzazione delle pensioni d’oro, quelle da otto volte in su e cioè da 4000 euro lordi mensili. E i soldi risparmiati sono stati destinati, istituendo la quattordicesima per i pensionati poveri, quelli con reddito fino a diecimila euro lordi annuali. La Corte costituzionale, poiché ci furono ricorsi, mi ha dato ragione perché non sono partito da tre volte il minimo, ma da otto. E i soldi risparmiati non li ho messi sul debito come fece Monti. Quelle misure hanno coinvolto 3 milioni di pensionati incapienti dando loro mediamente 400 euro all’anno per un costo di 1,2 miliardi di euro all’anno. Se quella quattordicesima dovessimo migliorarla o addirittura raddoppiarla faremmo un intervento a vantaggio dei più deboli. Se a questo aggiungiamo le misure che il governo sta predisponendo, l’ultima è la delega sulla povertà, che per la prima volta stanzia un miliardo per le famiglie in povertà assoluta, diciamo che cominciamo a dare dei segnali di cambio di rotta. Io penso che l’agenda sociale sia la strada sulla quale lavorare: povertà, lavoro e pensioni”.

“Vorrei parlare a proposito di povertà, di ideologia. Perché io sono per un sano ritorno all’ideologia intesa come contenitore di valori” dice Damiano tentando un’analisi di sistema. “La povertà è in aumento da lungo tempo: è un fenomeno caratteristico del periodo segnato dalla vittoria del capitalismo finanziario su quello industriale. Che, con tutte le sue contraddizioni e i suoi conflitti, dalla ricostruzione a tutti gli anni 70, ha fatto diventare i proletari delle grandi città e i contadini del Mezzogiorno, ceto medio. Come dice persino la Banca Mondiale, a partire dalla globalizzazione due platee di individui hanno perso posizioni e cioè i poveri più poveri dell’Africa (che rappresentano il 5 per cento della popolazione mondiale) e il 70-80 per cento del ceto medio dei Paesi industrializzati. Il ceto medio tende a scomparire alimentando la schiera dei nuovi proletari che a loro volta diventano nuovi poveri. Se riflettiamo bene nella sociologia compare per la prima volta un’aggettivazione del termine lavoro associato alla parola povero: il lavoratore povero. Una volta il lavoro era dignità, cittadinanza, pensione, casa. Se non partiamo da questo dato, non abbiamo capito niente e le statistiche continueranno a dirci che i poveri continuano ad aumentare”.

Fonte: Pensionitoday

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