La lotta alla povertà finanziata anche con le pensioni degli italiani all’estero?

La lotta alla povertà in Italia passerà anche attraverso la razionalizzazione (riduzione) delle prestazioni assistenziali e previdenziali erogate dall’Inps ai pensionati residenti all’estero? È quanto abbiamo letto nella bozza del disegno di legge delega poi approvato definitivamente nei giorni scorsi dal Consiglio dei ministri e che reca le norme relative ad un piano di contrasto nazionale alla povertà, al riordino delle prestazioni assistenziali e previdenziali e al sistema degli interventi e dei servizi sociali.

Nel comunicato del Consiglio dei ministri si legge che nello specifico il provvedimento conferma l’intenzione del Governo di realizzare un piano nazionale per la lotta alla povertà e all’esclusione sociale tramite una serie di misure che si possono così riassumere: progetti personalizzati di inclusione sociale e lavorativa sostenuti dall’offerta di servizi alla persona; la razionalizzazione delle prestazioni di natura assistenziale e previdenziale – inclusi a quanto pare gli interventi rivolti ai beneficiari residenti all’estero (per avere un’idea più chiara delle intenzioni del Governo bisognerà leggere comunque la stesura finale del ddl quando arriverà alle Camere) – sottoposti alla prova dei mezzi e secondo criteri di valutazione della condizione economica in base all’ISEE; il riordino della normativa in materia di interventi e servizi sociali, al fine di superare la frammentarietà delle misure e degli interventi secondo principi di equità ed efficacia nell’accesso e nell’erogazione delle prestazioni.

Nel quadro di queste misure è prevista l’istituzione di enti ed organismi per il coordinamento, la verifica e il controllo degli interventi.

Ora non intendiamo valutare se tale piano sia effettivamente sufficiente per venire incontro alle famiglie ed agli individui in povertà assoluta. Ciò che invece ci preoccupa è che parte delle risorse per finanziarlo possano provenire dal sistema di tutela socio-previdenziale per gli italiani all’estero, già ampiamente ridimensionato nel corso degli ultimi 20 anni. È ovvio che non desideriamo gridare “al lupo, al lupo”, prima che il lupo si presenti e quindi prima di leggere e capire i contenuti dei decreti delegati che saranno emanati nei prossimi mesi, però ricordiamo le parole del Presidente dell’Inps Tito Boeri nel corso della presentazione del rapporto “World Wide Inps” lo scorso settembre quando mise “sotto accusa” i nostri connazionali emigrati definendo strano e paradossale che l’Inps continui a pagare ogni anno 200 milioni di euro di prestazioni assistenziali a pensionati che vivono in altri Paesi e che magari hanno un’assistenza di base mentre in Italia non ci sono risorse contro la povertà.

“L’Italia – sottolineò Tito Boeri – è uno dei pochi paesi a riconoscere la portabilità extra Ue della parte non contributiva delle pensioni. Paghiamo così integrazioni al minimo e maggiorazioni sociali – disse Boeri – a persone che vivono e pagano le tasse altrove, riducendo il costo dell’assistenza sociale in questi paesi. Mentre in Italia non abbiamo una rete di assistenza sociale. È paradossale – concluse -”.

Insomma le premesse per un attacco frontale alle pensioni Inps pagate all’estero ci sono tutte: il terreno è stato preparato. E considerato il fatto che già a partire dal 1992 l’Italia non consente l’esportabilità e la concessione delle prestazioni assistenziali ai pensionati residenti nell’Unione Europea, non ci sorprenderebbe il fatto che nei prossimi mesi si tenti di introdurre tale inesportabilità anche nei Paesi extra-UE.

Ai meno addetti ai lavori e a coloro che conoscono poco le precarie condizioni di vita di alcune realtà della nostra emigrazione, soprattutto in America latina, l’idea di sancire l’inesportabilità delle prestazioni italiane “non contributive” (trattamento minimo e maggiorazioni sociali, ed in alcuni casi gli assegni familiari) potrebbe sembrare giusta, dovuta ed attuale. In realtà tale iniziativa avrebbe delle conseguenze drammatiche per decine di migliaia di connazionali pensionati che si vedrebbero così privati di un mezzo vitale di sostentamento (anche se tali prestazioni venissero inizialmente cristallizzate a coloro di cui ne sono già titolari e rese inesportabili solo per il futuro).

Per verificare le effettive intenzioni del Governo e conoscere meglio contenuti e modalità di attuazione, dobbiamo aspettare la presentazione dei decreti delegati attuativi del ddl di delega sulla povertà. In attesa di tali decreti esprimiamo la nostra convinzione che la lotta alla povertà non si combatte togliendo risorse ad altri poveri, ancorché residenti all’estero, ma abbattendo privilegi e riducendo benefici attualmente appannaggio di molte corporazioni e categorie abbienti.

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Marco Fedi e Fabio Porta, deputati Pd eletti all’estero

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