Rivalutazioni, i paradossi dell’Inps

Abbiamo ricevuto nei giorni scorsi una serie di segnalazioni da parte di numerosi pensionati che si sono visti recapitare da parte dell’Inps degli “indebiti”; si chiamano così in linguaggio tecnico le somme che l’Istituto previdenziale pubblico chiede di restituire perché pagate in più rispetto al dovuto. Questi episodi possono capitare perché il pensionato, che ha diritto a una determinata erogazione economica legata al reddito, per esempio gli assegni al nucleo familiare, perde il diritto perché supera i limiti previsti. Pertanto, l’Inps chiede di restituire le somme pagate in più  per i mesi in cui il diritto era già cessato. Non è però questo il caso dei pensionati sopra menzionati.

Come Patronato, abbiamo fatto gli approfondimenti del caso e abbiamo scoperto, con nostro grande sconcerto, un paradosso interpretativo della legge 109/2015 sulla perequazione delle pensioni, emanata dal governo in applicazione della sentenza della Corte Costituzionale n.70/2015, resa nota lo scorso aprile e della quale si è molto discusso. I giudici costituzionali avevano condannato il governo Renzi a rimuovere il blocco delle rivalutazioni delle pensioni (definendolo illegittimo), deciso dal governo Monti Fornero per gli anni 2012, 2013 riguardante tutte le pensioni superiori a tre volte il minimo. Quelle inferiori a questo limite (per il 2012, le prestazioni con importi fino a 1.433 euro lordi mensili e per il 2013, quelli fino a 1.486 euro), essendo escluse dal provvedimento, venivano salvaguardate e avevano quindi il diritto a continuare a percepire la rivalutazione annuale.

La legge 109/2015 ha applicato la sentenza della Corte Costituzionale molto parzialmente disponendo di prendere in considerazione solo le pensioni collocate tra tre volte il minimo e non superiori a sei volte, alle quali ha attribuito degli arretrati a titolo di “una tantum” per il 2012 e 2013; quota che, evidentemente, non è da considerare parte integrante del trattamento pensionistico mensile. A partire dall’agosto 2015, l’Inps ha cominciato a pagare sia l’una tantum, relativa agli anni 2012 e 2013, sia la parziale rivalutazione da far decorrere dal gennaio 2014, che diventa così parte integrante della pensione mensile. Nell’applicare la sentenza e nel rifare i conteggi, l’Inps non ha tenuto conto delle due voci distinte e diverse.

Il paradosso è che con l’applicazione del cosiddetto “bonus” Poletti”, un trattamento pensionistico di importo pari esattamente a 3 volte il minimo rivalutato nel 2012 e 2013, passi, dal 2014, ad un importo inferiore a 3 volte il minimo rivalutato. Di fatto, l’Inps disapplica la norma di salvaguardia contenuta nella legge Fornero che, nell’escludere dalla rivalutazione le pensioni di importo superiore a tre volte il trattamento minimo, ha previsto comunque la garanzia di tale importo alle pensioni di poco inferiori a tale limite.

L’effetto paradossale dell’interpretazione dell’Inps è che con l’applicazione del “bonus Poletti” a questi pensionati viene tolta la parziale salvaguardia, di cui avevano beneficiato con la legge Monti-Fornero, diventando, di fatto, percettori di somme “indebite”. In sostanza, l’Inps chiede indietro l’incremento parziale che pure era stato garantito come salvaguardia dalla legge Fornero.  Pertanto, la sentenza della Corte Costituzionale, che doveva servire a migliorare la condizione economica dei titolari di pensioni a cui era stata bloccata la rivalutazione, si è risolta, invece, in un danno per coloro che nel 2012 e 2013 avevano le pensioni più vicine al trattamento minimo e che, per questa ragione, erano stati esclusi parzialmente dal blocco della rivalutazione.

Come Inca, abbiamo subito interpellato l’Inps dicendogli che ha “preso un granchio”; al momento siamo in attesa di una risposta che accolga le nostre ragioni ristabilendo la corretta interpretazione della norma. Le nostre ragioni sono state ulteriormente motivate  spiegando che la sentenza non può in nessun modo essere interpretata a danno di coloro che il legislatore aveva già inteso salvaguardare, proprio perché percettori di bassi redditi. A noi il ragionamento sembra logico. Andremo fino in fondo a tutela degli interessi dei nostri assistiti, ma questa è proprio una storia di ordinaria follia che ci lascia sconcertati e soprattutto che sta generando molta ansia tra i pensionati con le pensioni più basse.

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