L’appello di Giacobbe “la flessibilità non basta per le donne”

Qualche titolo di giornale, qualche articolo: ci si accorge finalmente che la manovra sulle pensioni del 2011 ha penalizzato soprattutto le donne.

Sino ad ora anche il Governo Renzi ed il Pd hanno rinviato il necessario intervento su quelle regole, che stanno dimostrando tutta la loro pesantezza.

Si sono fatti, anche con la recente legge di Stabilità, alcuni correttivi; altre decine di migliaia di persone rimaste “intrappolate” al lavoro o disoccupate senza alcun reddito, potranno arrivare alla pensione; sono state superate alcune delle ingiustizie ed interpretazioni restrittive più macroscopiche (affrontando anche temi relativi direttamente alla condizione delle donne: soluzione per “opzione donna” e cancellazione del divieto di cumulo tra riscatto della laurea e dei periodi di maternità fuori dal rapporto di lavoro): in Liguria si possono stimare in circa 2000 le persone che avranno riconosciuti i propri diritti, in base ai contenuti della Stabilità, con la nuova salvaguardia per gli esodati, la possibilità di utilizzare “opzione donna”, un chiarimento relativo agli insegnanti che hanno usufruito di permessi per i figli disabili. E sono soprattutto donne le persone che percepiscono pensioni basse e avranno un vantaggio dall’innalzamento dell’area non tassata delle pensioni (in tutto stimabili attorno a 6 milioni in Italia e circa 130.000 in Liguria).

Ma rimangono ancora altre questioni rilevanti.

Nei prossimi mesi il Governo si è impegnato a presentare una proposta, che si affiancherà a quelle già depositate in Parlamento: anche in vista di quel passaggio la Commissione Lavoro della Camera ha avviato una indagine conoscitiva proprio sugli effetti delle regole pensionistiche sulla condizione delle donne.

E’ importante che si introduca, per tutti, la possibilità di uscire dal lavoro verso la pensione in maniera più flessibile; sarà necessario mettere in discussione (e questa è la partita più difficile) il meccanismo per cui i requisiti sia di età che di anzianità contributiva vengono progressivamente ed automaticamente alzati per la crescita dell’aspettativa di vita: se un sistema non dà certezza su quali saranno i requisiti che ciascuno dovrà raggiungere, quello stesso sistema diventa non solo insostenibile socialmente, ma spinge ad uscire, a costruirsi soluzioni individuali o private. E’ una vera follia.

Ma per le donne non bastano soluzioni che per gli uomini potrebbero anche essere utili.

L’aumento dei requisiti di età, per le donne che non riescono a mettere insieme un numero alto di periodi di lavoro coperti da contributi, è stata in molti casi devastante, con qualche vero “assurdo”: non solo la legge 214 del 2011 ha innalzato senza gradualità l’età per la pensione di vecchiaia, ma si è creata una situazione incredibile per le donne nate nello stesso anno, in particolare nel 1952:

se nata in gennaio 1952 può andare in pensione a 63 anni e 9 mesi, a ottobre 2015 ;

se nata in aprile 1952 può andare in pensione a 65 anni e 7 mesi, a dicembre 2017;

se nata in giugno 1952 può andare in pensione a 66 anni e 11 mesi, a giugno 2019.

Cinque mesi di differenza di età provocano quasi 4 anni di differenza nei tempi per poter godere della pensione.

L’attenzione che nel corso degli anni si è creata sulla questione “esodati” e poi su “opzione donna” ha consentito anche al Parlamento di fare bene in proprio lavoro, di ottenere risultati, di spingere il Governo ad affrontare quei temi e a dare prime risposte.

Ora occorre che sulla condizione delle donne di fronte alla pensione si costruisca la stessa attenzione, nell’opinione pubblica e nel dibattito politico.

Il Gruppo Pd in Commissione Lavoro è pronto per fare la propria parte.

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Anna Giacobbe

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