Io, prof, contesto le fissazioni dei prof bocconiani sulle pensioni

Lettera

Quanti di noi con il proprio decoroso (certamente non aureo) assegno di vecchiaia, dopo aver responsabilmente garantito i propri figli, si ritrovano oggi a doversi occupare dei propri nipoti? Ma lo sanno questi extraterrestri che se mai dovesse arrivare fino in fondo la loro sconvolgente idea, si aprirebbero nuove, impreviste sacche di criticità? Si divertono a giocare a dama?

E’ ben noto il fatto che alcuni dei provvedimenti assunti dai governi “bocconiani” – che da alcuni anni ci affliggono – sono responsabili del taglio lineare di tutti i compensi (stipendi o pensioni che siano), con conseguente abbassamento sotto la soglia di miseria delle retribuzioni più basse, oltre alla creazione di categorie uniche al mondo, quali sono gli “esodati” o i “cassaintegrati”, poveri infelici che comunque sono impropriamente commensali dei fondi Inps.

Altrettanto noto è il fatto che a queste manovre è inevitabilmente seguita una guerra tra poveri. Nel senso che ad essere incalzati a farsi carico della dignità retributiva di queste categorie di emarginati non sono i quadri individualmente più pingui dei colossi dell’industria a partecipazione pubblica (ma anche delle aziende a partecipazione pubblica non quotate ), bensì quelli assai più magri, ma numerosi, che godono di una pensione di media entità. Tra questi, particolarmente vulnerabili coloro che sono usciti dal servizio dopo anni di blocco della progressione stipendiale, con ciò patendo di conseguenza un taglio del proprio stipendio nella fase finale della carriera, e quindi della cifra sulla quale è stata calcolata la loro pensione a favore delle categorie ridotte alla fame da precedenti provvedimenti, forse economicamente apprezzati, ma certamente delittuosi sul versante politico! L’aspetto che scandalizza più di tutto in questo atteggiamento fazioso è l’ignorare un principio fondamentale che dovrebbe regolare i rapporti del cittadino con lo Stato, quello dei diritti del singolo. E’ solo in conseguenza di questa impostazione che vengono complessivamente classificati come “pensioni d’oro” gli assegni indiscutibilmente misurati che vengono riconosciuti a tanti professionisti provenienti dal settore pubblico non raramente dopo 52 anni o più, di contributi versati, a fianco di quelli veramente aurei (tra i 90 e i 50 mila euro mensili!!) ricevuti dai manager pubblici, circa 100.000, per un costo allo Stato di 13 miliardi.

La appropriatezza della corrispondenza tra i contributi versati e l’assegno pensionistico percepito è fortemente discutibile. Soprattutto, è impossibile mettere a confronto i due regimi se è impossibile conoscere con esattezza la contribuzione individuale effettivamente versata, che non può certamente essere extrapolata dagli anni lavorativi. Si pensi solo a quanto siano stati incrementati questi contributi da parte dei redditi equiparati a lavoro dipendente percepiti, ad esempio, dai dipendenti dal SSN. Forse che questi non debbono concorrere alla successiva pensione? Si tratta di lavoro aggiuntivo rispetto a quello dovuto per contratto! Il problema gravissimo è che, a quanto sembra, non è possibile conoscere a quanto assommino realmente i contributi di ciascuno. Ci potrebbero essere delle sorprese molto rilevanti. E comunque, come si può pensare di convertire le pensioni in essere al sistema contributivo se non si ha piena e certa contezza di quanto è stato versato?

Ma c’è ben di più: la rendita pensionistica è comunque superiore ai contributi versati, in considerazione della prolungata aspettativa di vita e del principio della reversibilità. Poiché per costituzione ogni intervento deve avere una applicazione universale, ne deriva che, se si adottasse fino in fondo il metodo dell’equivalenza tra contributi versati e rendita pensionistica, tutte le pensioni dovrebbero essere tagliate, a partire da quelle di anzianità e da quelle sociali, che in genere, nonostante gli importi modesti, hanno un maggiore livello di intervento dello Stato.

Ma sono questi i colpi di genio dei geni della Bocconi? Quando riconosceranno che la politica ed il diritto vengono prima della contabilità? E comunque, non sarà mai sufficientemente posto in evidenza che è indicibilmente oscena la sola idea che, per trovare copertura a manovre di spesa pubblica, si ricorra a questi strozzinaggi quando è noto che corruzione ed evasione insieme assommano a oltre 260 miliardi di mancati introiti per lo stato! Ci sarebbe – ahimé – da pentirsi di essere stati onesti dipendenti di questo Stato.

 

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Prof. Alessandro Mazzucco, professore ordinario di Cardiochirurgia ed Ex Rettore dell’Ateneo di Verona

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