Il Governo faccia chiarezza sul ricalcolo contributivo

Emanuela Munerato del Gruppo Misto ha interrogato il ministro del Lavoro Poletti riguardo alla proposta di ricalcolo contributivo delle pensioni avanzata dal presidente del Inps, Boeri:

“Ministro del lavoro e delle politiche sociali – Premesso che: secondo quanto emerge dai dati degli osservatori statistici dell’Inps su circa 9,4 milioni di trattamenti pensionistici di vecchiaia e anzianità in essere a fine 2014, sono quasi 230.000 gli italiani in pensione da prima del 1980, con un’età media di circa 55 anni, contro i 63,3 nel 2014; complessivamente, le pensioni vigenti dell’Inps sono 18,04 milioni, delle quali 5,047 milioni di vecchiaia, 4,058 milioni di anzianità e 258.000 di prepensionamenti; a giudizio dell’interrogante destano preoccupazione le continue dichiarazioni del presidente dell’Inps, Tito Boeri, in merito ad una bozza di proposta di ricalcolo degli assegni in essere.

Al di là del fatto che il presidente dell’Inps dovrebbe ricoprire un incarico istituzionale di chauffeur dell’ente previdenziale con compiti di governance e non già di proponente politico di riforme organiche, è impensabile a parere dell’interrogante che ancora una volta si intenda scaricare sui pensionati tutti, senza distinzione alcuna di fasce di importo e tipologia di trattamento, errate politiche previdenziali attuate negli anni dai diversi Governi; dopo la riforma Dini (legge n. 335 del 1995), che ha introdotto il calcolo contributivo per tutti i neo iscritti a gestioni previdenziali dal 1° gennaio 1996, lasciando il calcolo retributivo a coloro che alla medesima data vantavano oltre 18 anni di contribuzione, si sono succedute, nel tempo, la riforma Prodi (legge n. 449 del 1997), la riforma Maroni (legge delega n. 243 del 2004), la seconda riforma Prodi (legge n. 247 del 2007), la riforma Sacconi (decreto-legge n. 78 del 2009, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 102 del 2009) e, da ultimo, la triste riforma Fornero (decreto-legge n. 201 del 2001, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 214 del 2011).

Ben 6 riforme pensionistiche in un ventennio in nome del risanamento dei conti previdenziali che hanno prodotto solo maggiori problemi a chi vive di pensioni basse, per nulla intaccando i privilegi e le alte elargizioni pensionistiche ai “papaveri” di Stato; a titolo di esempio si ricorda la tuttora vigente legge n. 252 del 1974, cosiddetta “legge Mosca”, dal nome dell’esponente della Cgil, Giovanni Mosca, che ne fu il relatore, nata sotto il Governo Rumor, la quale riconosce ad oltre 40.000 sindacalisti e funzionari di partito, senza che gli stessi abbiano versato un solo contributo, pensioni aggiuntive per un costo per le casse pubbliche di oltre 12 milioni di euro. Da notizie di stampa, tra i beneficiari della citata legge Mosca, risultano esservi nomi illustri noti della politica e del sindacato, come Armando Cossutta, Ottaviano del Turco, Sergio D’Antoni, Franco Marini; altra vergogna prodotta sempre dal Governo Rumor, di cui ancora oggi i contribuenti pagano le spese, sono le “baby-pensioni”, delle quali beneficia oltre mezzo milione di persone per un costo di circa 9 miliardi di euro all’anno, si chiede di sapere:

se il Governo non ritenga doveroso procedere ad una revisione dei trattamenti pensionistici in essere, non con tagli lineari, bensì mettendo mano in maniera definitiva alle sole pensioni privilegiate, e salvaguardando quelle frutto di reali e continuativi versamenti contributivi.

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Se trovi conferma l’ipotesi di attuazione della proposta Boeri di un ricalcolo col sistema contributivo di tutte le pensioni in essere e, in caso di risposta affermativa, se il Ministro in indirizzo non ritenga opportuno stabilire una soglia di salvaguardia, anche per non incorrere in altri provvedimenti incostituzionali, come accaduto per il blocco delle indicizzazioni di cui all’art. 24, comma 25, del decreto-legge n. 201 del 2001, cassato dalla Corte costituzionale con sentenza n. 70 del 2015″.

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