Esiste ancora la previdenza complementare in Italia?

Per favorire il risparmio dei lavoratori verso le forme pensionistiche private che erogano pensioni complementari, sono necessari incentivi finanziari, soprattutto quando tali versamenti sono volontari”, così almeno sostiene l’Ocse, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico.

Sebbene siamo tra i Paesi Ocse quello che spende di più in pensioni, siamo contemporaneamente anche tra quelli nei quali il comparto privato è meno sviluppato.  Eppure le riforme degli anni ‘90 avrebbero dovuto indurre gli italiani a investire in quello che viene comunemente chiamato “secondo pilastro previdenziale”, cioè i fondi privati, ma questo non è successo.

Lo afferma anche la Covip che settimana scorsa ha presentato la relazione annuale per il 2013. ‘”Oggi – si legge nella relazione – una quota sempre maggiore dei rischi connessi all’invecchiamento della popolazione e al peggioramento delle condizioni di salute è destinata a trasferirsi dallo Stato alle famiglie. Occorre un ripensamento complessivo dell’assetto di Welfare integrativo nel nostro Paese, che concepisca in una visione unitaria previdenza complementare e assistenza sanitaria integrativa. La sfida di un Welfare integrato dovrebbe tener conto delle differenze fra i due strumenti: i fondi pensione sono soggetti da tempo a una normativa organica e specifica, mentre per i fondi sanitari il percorso di attuazione della normativa è embrionale. Sarebbe auspicabile la scelta, in tale ambito, di un’unica Autorità di vigilanza del settore che potrebbe certamente favorire tale progressiva convergenza”.

Ma perché non decolla la previdenza complementare? Secondo la Covip le ragioni sono le seguenti:

  • scarsa conoscenza della previdenza complementare;
  • bassissima cultura finanziaria;
  • incapacità di risparmiare con contratti a tempo determinato;
  • diffidenza atavica verso i mercati finanziari;
  • mancata conoscenza dell’incredibile beneficio fiscale.

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Secondo la Banca d’Italia, invece, il principale motivo dello scarso sviluppo del secondo pilastro riguarda l’elevata contribuzione pensionistica richiesta dal primo pilastro, quello pubblico, che lascia poco spazio nel bilancio dei lavoratori ad ulteriori contribuzioni. Siccome non si prevede per nulla che le contribuzioni a favore del primo pilastro possano diminuire in futuro, è chiaro che non ci si deve attendere alcun incremento del mercato della previdenza privata anche perché le persone che meno contribuiscono a questo pilastro sono proprio chi ne avrebbe più bisogno: I giovani.

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