Pensioni: Parola d’ordine “sostenibilità”!

Il nuovo governo si troverà nelle prossime settimane alle prese con una serie di vertenze aperte, da risolvere attraverso dialogo e concertazione con le parti sociali. Uno dei nodi sul tavolo dell’esecutivo è la riforma previdenziale, grande tema d’interesse collettivo che da sempre impegna sindacati e politica in un confronto serrato, essendo in ballo diritti acquisiti e aspettative future di una vasta platea di dipendenti di varie categorie.

Molti degli interventi che saranno messi in pratica dipenderanno dai nuovi ministri del Lavoro e dell’Economia, e se nelle scorse settimane i nomi circolati di Guglielmo Epifani, ex segretario Cgil, e Cesare Damiano, presidente della Commissione Lavoro, facevano ben sperare su possibili modifiche, ora nascono dubbi dalla nomina di Pier Carlo Padoan e Giuliano Poletti che dovranno, una volta per tutte, sciogliere il nodo esodati, risolvere la questione dei pensionandi appartenenti alla cosiddetta Quota 96 e pensare a piani di uscita flessibile per le pensioni di vecchiaia e anzianità.

Sono due ministri che, sulle pensioni, non hanno mai criticato apertamente la Legge Fornero, ma hanno manifestato intenzioni di cambiamenti sul lavoro. Ma, proprio modificando il lavoro, potrebbero arrivare modifiche anche sul fronte delle pensioni, a partire dalla possibilità di uscita flessibile – anche con penalizzazioni – per permettere ai più vecchi di uscire, cercando di arginare la formazione dell’esercito degli esodati, e far assumere i più giovani; sino ad arrivare a misure che possano risolvere le iniquità sociali per precoci e usuranti.

Poletti appartiene all’area della Sinistra italiana, proviene da una lunga militanza nel partito Comunista ed è Presidente della Lega cooperative Nazionale; I lavoratori in toto attendono molto da lui nella speranza che possa essere impressa una decisa accelerata in tema di riforma delle pensioni entro questo 2014.

A tal proposito Poletti si muove principalmente verso un risveglio delle imprese e propone, infatti, incentivi all’imprenditoria dei giovani e delle donne, agevolazioni fiscali alle aziende che assumono, e un rilancio generale delle piccole-medie imprese.

Padoan invece la vede diversamente e sostanzialmente avanza l’ipotesi della tassazione sul patrimonio e la detassazione del lavoro, che è quella, a suo parere, che maggiormente blocca la crescita del paese. Ricordiamo – purtroppo – che Padoan si trova favorevole all’allungamento dell’età pensionabile a beneficio dei conti pubblici, poiché, a suo dire, è così che si stabilirebbero le possibilità di lavoro e risalirebbe il livello dei consumi italiani.

Nel corso di un’intervista recentemente rilasciata al Wall Street Journal, il nuovo Ministro dell’Economia ha dichiarato: “Il risanamento è efficace, il dolore è efficace”; scegliendo un’espressione alquanto macabra per intendere che la via dell’austerity sia la sola al momento percorribile per uscire dall’impasse nel quale l’intera nazione si trova. Se l’austerity di cui parla Padoan dovesse servire a recuperare i fondi necessari a ricreare, a distanza di anni, una rinnovata sostenibilità del sistema previdenziale (finalità che a conti fatti ispirò anche la riforma Fornero), il sistema previdenziale potrebbe trovare una soluzione definitiva… ma a che prezzo?

Oltre alle questioni prettamente economiche ne entrano poi in gioco altre di natura evidentemente sociale, civile e politica; è diventato impensabile che si continui a negare il diritto alla pensione a tutta una serie di lavoratori che a causa degli errori tecnici contenuti in una riforma, risultano impossibilitati ad accedere al trattamento pensionistico, ecco che un primo intervento potrebbe essere proprio quello di modificare il dispositivo normativo della stessa Legge Fornero.

Ne va dell’onorabilità del patto cittadini-Stato già pesantemente incrinato dalle ultime vicende.

Dall’altra parte, precoci e usuranti hanno già raggiunto il massimo degli anni di contributi ma non possono accedere alla finestra pensionistica per via del mancato raggiungimento dell’età pensionabile, ecco che una riforma delle pensioni che consenta di attribuirgli il diritto all’uscita dal lavoro (magari tramite una forma di prepensionamento) rappresenterebbe la chiave non solo per sbloccare la loro situazione ma anche per creare nuovi posti di lavoro e dunque per fomentare un ricambio generazionale ormai indispensabile per il tessuto lavorativo italiano.

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Staremo a vedere quali saranno le linee guida scelte da questi due ministri che rispecchieranno anche il volere del governo, ma al momento non resta che aspettare.

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