Pensioni: Flessibilità sì, ma a che costo?

La richiesta nella bocca di tutti è quella di rivedere completamente la legge Fornero e di introdurre un sistema di flessibilità certo e sicuro così come pensare a misure a sostegno di particolari categorie di lavoratori (precoci, usuranti, esodati, quota 96)!

Le ultime novità riguardano la possibilità di uscita anticipata dal lavoro; Due i temi caldi, vediamoli insieme:

Uscita anticipata per le donne col sistema contributivo

Non tutti sono d’accordo sulla concessione di questa possibilità e la segretaria confederale della Cgil, Vera Lamonica, ritiene “davvero singolare che persino un meccanismo come l’opzione contributiva per le donne, fortemente penalizzante perché alle pensionate comporta una decurtazione della pensione di almeno un quarto del valore, venga sabotata e di fatto cancellata”.

Secondo Lamonica, “la circolare Inps, che applica anche a questo istituto la finestra mobile e l’attesa di vita, dalla Cgil fortemente contestata all’epoca della sua emanazione, va corretta per consentire che la norma possa applicarsi fino alla sua scadenza, ovvero il 31 dicembre del 2015. Mentre il ministero del Lavoro studia nuove soluzioni purtroppo per tamponare, e non risolvere, i catastrofici effetti della riforma, sarebbe opportuno che intanto desse un indirizzo chiaro all’Inps per la correzione della circolare, come del resto chiesto anche dalla commissione lavoro della Camera”.

E conclude, “le donne che possono accedere a quest’anticipo in realtà sono poche, perché i processi d’impoverimento che stanno colpendo le famiglie sono tali da non rendere possibili riduzioni così alte della pensione. Ma per chi vuole farlo perché impedirlo? Perché rendere ancora più rigido e insopportabile un sistema già insostenibile di suo?”.

Cesare Damiano

Dello stesso parere anche l’attuale presidente della commissione lavoro della Camera, che però va oltre parlando anche della flessibilità in uscita.

Scrive Damiano sul sito dell’Unità: “Se il governo intende introdurre nel sistema previdenziale, come noi chiediamo da qualche tempo, un criterio di flessibilità nel passaggio dal lavoro alla pensione, deve mettere un po’ d’ordine tra leggi e circolari interpretative. È sorprendente il fatto che l’esecutivo non abbia ancora provveduto a dare seguito alle risoluzioni delle Commissioni Lavoro della Camera e del Senato a proposito ‘dell’opzione contributiva’ delle donne, che rappresenta una forma di flessibilità. Insistiamo sull’esigenza di una tempestiva correzione della circolare dell’Inps (la numero 35 al punto 7.2) che applica la finestra mobile e l’aspettativa di vita anche alle lavoratrici che accettano un ricalcolo contributivo del loro assegno pensionistico, che consente loro di andare in pensione all’età di 57 con 35 anni di contributi. Si tratta di una scelta che comporta già la dolorosa decurtazione della pensione di almeno un quarto del suo valore. Tutti sanno che questa normativa sperimentale rimane in vigore fino al 31 dicembre 2015: vediamo di non ostacolarla”.

“Per quanto riguarda – continua Damiano –  l’introduzione di un criterio generale di flessibilità, noi riproponiamo al Governo il disegno di legge del Pd che consente di andare in pensione in un’età compresa fra i 62 e i 70, con una penalizzazione massima dell’8 per cento, sempre che si abbiano almeno 35 anni di contributi. Anche altri partiti hanno presentato proposte di legge analoghe che sono in discussione alla commissione Lavoro della Camera. Il Governo si confronti e renda nota la sua proposta di anticipo pensionistico per cominciare una vera discussione di merito”.

Che tipo di flessibilità

Invece il ministro del Lavoro, Enrico Giovannini sembra aver accantonato la propria proposta di un prestito pensionistico (sempre per la solita mancanza di copertura finanziaria) e ora stia valutando una sorta di prepensionamento (forzato o meno, per esempio a causa di perdita del posto di lavoro a pochi anni dalla pensione), finanziato da una maggioranza dei contributi. Il suo funzionamento, secondo voci di corridoio sarà simile a quello del “Fondo Esuberi” attuato dalle banche:

Gli istituti di credito, infatti, versano una piccola percentuale delle remunerazioni a questa istituzione che paga i bancari prepensionati (circa 30 mila tra 2008 e 2013). Fino al dicembre scorso si versava lo 0,5% del salario su base volontaria, ma i 160 milioni in cassa non erano più sufficienti a coprire la maxi ristrutturazione in atto. Così si è passati a uno 0,2% ancora volontario, ma che gli istituti verseranno quasi certamente ogni anno per avere mano libera sui tagli al personale. Gli «esuberi» delle banche ricevono il trattamento integrativo dall’Inps che poi viene «ristorata» dal Fondo. Anche alcune imprese private adottano un meccanismo simile in base ai contratti aziendali.

Ora tale principio potrebbe essere esteso a una platea più ampia. Con l’Inps che trarrebbe, comunque, beneficio dagli incassi se dovesse incamerare queste risorse aggiuntive.

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Mi auguro che serva solo a tutelare chi perde il lavoro in prossimità della pensione“, ha commentato Giuliano Cazzola (Nuovo Centrodestra) sottolineando però che “indietro non si può tornare“.

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